Sempre in contrada Augelluzzi
ammireremmo in lontananza, da quello che costituisce
il punto più elevato del territorio sammichelano
(170 m sul mare), il centro urbano a mò di cartolina
panoramica.
Prima di procedere verso un altro casale rustico per
una gradita pausa pranzo, faremo una capatina al vicino
Parco Naturalistico Augelluzzi, custode di flora e fauna
tipica della macchia mediterranea e utilizzabile dai
cultori del fitness per il percorso vita che esso possiede.
Un pranzo a base di pietanze tipiche può svolgersi,
per esempio, in una delle azienda agricola e olearia
della zona, allietando il palato con la degustazione
di vini locali sulle note di una allegra pizzica-pizzica.
In tale sede si potrebbe anche assistere alla dimostrazione
pratica della preparazione della nostra pasta fatta
in casa sul tavoliere in legno, gli “stacchiodd”
e li “maccarrune” (creati con il “frusciedd”),
o di sottoli, marmellate e altre raffinatezze nostrane.
Vi potrebbe essere offerta la possibilità di
assistere alla fabbricazione delle “scieie”,
supporti fatti in canne derivate dai numerosi canneti
della zona utilizzati per l’essiccazione dei fichi
e per il trasporto di altri prodotti agricoli. O ancora
si potrebbe osservare da vicino la creazione di “panari”,
i cesti in vimini delle più svariate dimensioni
che fungevano come contenitori per i più diversi
bisogni per i contadini di una volta.
Prima di dirigerci verso il centro abitato si avrebbe
modo di osservare, passando per i viottoli di campagna,
l’architettura rurale dei trulli sammichelani
e di visionare altre masserie. Sul percorso ci imbatteremmo
nelle purtroppo abbandonate Masseria Cotugni e Masseria
Archinuovi, due dei diversi centri di produzione e insediativi
del passato sammichelano, la cui carica suggestiva è,
paradossalmente, assicurata dallo stato di degrado evidente.
Una volta giunti in paese, immaginiamoci di vivere come
i primi coloni vissuti nell’ormai scomparsa Masseria
San Michele. Potremmo così, meglio comprendere
le necessità quotidiane dei componenti della
comunità del nascente villaggio, il quale, come
tale, comportò una separazione delle mansioni
sociali e il conseguente affiorare di una prima cerchia
di artigiani. Ancora oggi sopravvivono professioni antiche
che in quel tempo si affermarono. E al visitatore che
si accinge a conoscere la varietà del corredo
della cucina di una volta visitando il punto vendita
di ceramiche locali in piazza Marconi, può essere
mostrato come la gente di prima ricorreva al “conzapiatt”
per aggiustare, e quindi, riutilizzare i tegami, le
pignate, i “capasoni” e gli “zinni”
rotti, viste le magre possibilità economiche
che non permettevano quell’usa e getta imperante
oggi. L’idea della sacralità degli oggetti,
che i primi Sammichelani dovevano conservare tenacemente
intatti e funzionali, è resa bene, ad esempio,
anche dal ricorso di allora allo “scarparo”
per prolungare allo stremo l’uso delle scarpe
usurate dal lavoro in campagna. Ancora oggi sopravvive
tale mestiere a San Michele Salentino, ed è possibile
osservare lo scarparo all’opera secondo quegli
stessi metodi artigianali e quella stessa sapienza antica
che tornò utile alla popolazione sammichelana
del passato. Questo, insieme ad altri mestieri artigianali
tradizionali preservatisi in San Michele Salentino,
rappresenta una preziosa risorsa non solo del paese,
ma anche di chi intende conoscere le nostre origini
e la nostra cultura, che è poi pur sempre uno
spicchio piccolissimo, ma rappresentativo, di quell’insieme
di storie e culture di tutta l’umanità.
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Vita
Bellanova e Rosella Semeraro, in
Guida Turistica,
edita dall'Amministrazione Comunale di San Michele
Salentino, 2003 |
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